Guida alla valutazione

Comprendere il metodo

Perché una valutazione ADHD o autismo richiede più incontri?

Perché le informazioni necessarie non possono essere raccolte e interpretate correttamente in un unico colloquio breve.

ADHD e autismo sono condizioni del neurosviluppo. La valutazione deve quindi considerare non soltanto il funzionamento attuale, ma anche:

  • l’infanzia e l’adolescenza;

  • il percorso scolastico e lavorativo;

  • le relazioni e la comunicazione;

  • l’organizzazione della vita quotidiana;

  • la gestione dell’attenzione, del tempo e delle attività;

  • la regolazione emotiva;

  • le caratteristiche sensoriali;

  • le strategie di compensazione sviluppate negli anni;

  • le eventuali altre condizioni cliniche presenti.

Gli incontri hanno funzioni differenti. Alcuni servono a ricostruire la storia e comprendere le difficoltà riferite; altri sono dedicati agli strumenti clinici e neuropsicologici; altri ancora permettono di approfondire aspetti emersi durante il percorso.

Distribuire la valutazione in più incontri riduce il rischio di conclusioni affrettate e permette di verificare la coerenza delle informazioni raccolte. Le raccomandazioni cliniche per l’ADHD e l’autismo nell’adulto prevedono infatti una valutazione completa del funzionamento in più aree della vita, della storia evolutiva e delle condizioni che possono coesistere o produrre manifestazioni simili.


Quanto dura una valutazione ADHD o autismo?

Non esiste una durata identica per tutti.

Nella maggior parte dei casi, il percorso richiede circa quattro ore complessive distribuite in più incontri. In generale, è difficile costruire un inquadramento clinico rigoroso in meno di tre ore.

A differenza di molti servizi che prevedono un costo calcolato sul numero di ore o di incontri, la valutazione COGIT viene proposta come un percorso completo a tariffa fissa. Questo significa che, se durante la valutazione dovesse emergere la necessità clinica di approfondire alcuni aspetti o dedicare più tempo alla comprensione della situazione, potrò proporti ulteriori incontri senza alcun aumento del costo concordato.

L'obiettivo non è concludere la valutazione nel minor tempo possibile, ma raccogliere tutte le informazioni necessarie per arrivare a conclusioni clinicamente motivate e realmente utili.


Perché non basta compilare un questionario?

Perché un questionario descrive come una persona risponde a una serie di domande, ma non può stabilire da solo perché quelle caratteristiche siano presenti.

I questionari possono essere molto utili per:

  • organizzare le informazioni;

  • rilevare caratteristiche che meritano un approfondimento;

  • confrontare le risposte con dati normativi;

  • esplorare aree che potrebbero non emergere spontaneamente;

  • misurare l’intensità percepita di alcune difficoltà.

Non permettono però, da soli, di:

  • ricostruire la storia evolutiva;

  • valutare il significato clinico delle risposte;

  • distinguere condizioni diverse con sintomi sovrapposti;

  • verificare l’impatto reale nelle diverse aree della vita;

  • comprendere gli effetti della compensazione o del masking;

  • integrare eventuali informazioni contraddittorie.

Due persone possono fornire risposte simili per ragioni completamente differenti. Un punteggio elevato segnala quindi la necessità di interpretare meglio il quadro; non sostituisce il ragionamento clinico.

Anche gli strumenti di screening raccomandati per l’autismo sono utilizzati per decidere se sia opportuno procedere con una valutazione completa, non per formulare autonomamente una diagnosi.


Che cosa significa utilizzare strumenti standardizzati?

Uno strumento standardizzato viene somministrato e interpretato secondo procedure definite.

Questo significa che:

  • le istruzioni seguono criteri prestabiliti;

  • le risposte o le prestazioni vengono valutate con regole precise;

  • quando previsto, i risultati vengono confrontati con dati di riferimento;

  • lo stesso costrutto viene esaminato in modo coerente tra persone diverse;

  • l’interpretazione non dipende esclusivamente da un’impressione soggettiva.

Gli strumenti standardizzati possono includere colloqui diagnostici strutturati, questionari clinici, scale compilate da altre persone e test neuropsicologici.

“Standardizzato” non significa però “automatico”. Il punteggio non produce da solo una conclusione. Deve essere interpretato considerando la storia, il contesto, il comportamento osservato, le condizioni associate e l’insieme degli altri risultati.

La standardizzazione rende la raccolta dei dati più controllata; il ragionamento clinico serve a comprenderne il significato.


Perché servono colloqui clinici oltre ai test?

Perché molte informazioni decisive non possono essere misurate attraverso una singola prestazione.

Un test può mostrare, in condizioni specifiche, come una persona svolge un determinato compito. Non può ricostruire da solo:

  • come funzionava durante l’infanzia;

  • quali difficoltà incontra nella quotidianità;

  • quali strategie utilizza per compensarle;

  • quanto sforzo richiede mantenere un buon rendimento;

  • come cambiano le difficoltà nei diversi contesti;

  • quale significato hanno avuto nel suo percorso di vita.

Il colloquio clinico permette inoltre di approfondire esempi concreti e chiarire risposte che, isolate, potrebbero essere interpretate in modi differenti.

Per esempio, “perdo spesso la concentrazione” può indicare fenomeni diversi: distraibilità, sovraccarico, stanchezza, preoccupazione, difficoltà del sonno, umore depresso, scarso interesse, intrusività dei pensieri o un problema attentivo più stabile. Il colloquio serve a distinguere queste possibilità.

Per l’ADHD, le raccomandazioni indicano una valutazione clinica e psicosociale completa, relativa a più aspetti della vita, condotta da un professionista con formazione ed esperienza specifiche.


Perché vengono utilizzati anche test neuropsicologici?

I test possono valutare:

  • attenzione;

  • memoria;

  • pianificazione;

  • organizzazione;

  • flessibilità mentale;

  • velocità di elaborazione delle informazioni.

Ogni prova produce un punteggio. Si tratta di un numero che verrà confrontato con i risultati ottenuti da migliaia di persone della tua stessa fascia d'età (e, quando previsto, con caratteristiche simili). In questo modo possiamo capire se una determinata capacità è:

  • nella norma;

  • particolarmente sviluppata e rappresenta un punto di forza;

  • oppure più fragile di quanto ci aspetteremmo e rappresenta un deficit.

Questo rende la valutazione molto più oggettiva rispetto alla sola impressione clinica.


Se i test sono oggettivi, bastano per fare una diagnosi?

No.

I test descrivono come hai svolto alcuni compiti in un determinato momento.

La diagnosi, invece, richiede di capire perché hai ottenuto quei risultati e come si collegano alla tua storia di vita e alle difficoltà che vivi ogni giorno.

Per questo motivo i punteggi vengono sempre interpretati insieme ad altre fonti di informazione.

Nessun test, da solo, può confermare o escludere una diagnosi di ADHD o di autismo.


Perché ADHD e autismo vengono valutati insieme?

Perché possono coesistere e perché alcune caratteristiche possono apparire simili pur avendo significati differenti.

Per esempio, difficoltà nelle relazioni, problemi organizzativi, sovraccarico, rigidità o apparente disattenzione possono emergere sia nell’ADHD sia nell’autismo, ma non necessariamente per gli stessi meccanismi.

Una valutazione congiunta permette di chiedersi:

  • le difficoltà attentive sono stabili o dipendono soprattutto dal sovraccarico?

  • la necessità di routine serve a gestire la disorganizzazione o riflette un bisogno più ampio di prevedibilità?

  • l’impulsività sociale è legata alla regolazione della risposta o a difficoltà nella comprensione delle dinamiche interpersonali?

  • l’isolamento deriva da disinteresse, ansia, affaticamento sociale o difficoltà comunicative?

  • sono presenti elementi sufficienti per una sola condizione oppure per entrambe?

Valutare entrambe le ipotesi non significa presumere che siano presenti. Significa evitare che l’attenzione esclusiva verso una diagnosi faccia trascurare informazioni rilevanti.


Perché vengono considerate anche ansia, depressione e altre condizioni?

Perché lo stesso sintomo può avere origini differenti e perché più condizioni possono essere presenti contemporaneamente.

Difficoltà di concentrazione, procrastinazione, affaticamento, irritabilità, ritiro sociale, instabilità emotiva o problemi del sonno non sono specifici dell’ADHD o dell’autismo.

Durante la valutazione può essere necessario considerare, tra le altre:

  • disturbi d’ansia;

  • disturbi depressivi;

  • disturbi del sonno;

  • esperienze traumatiche;

  • disturbi di personalità;

  • disturbo ossessivo-compulsivo;

  • disturbi dell’umore;

  • uso problematico di sostanze;

  • altre condizioni cognitive o neurologiche.

Considerare queste possibilità non significa attribuire automaticamente le difficoltà a un problema psicologico alternativo. Significa verificare se una condizione:

  1. spiega meglio i sintomi;

  2. coesiste con ADHD o autismo;

  3. ne modifica l’espressione;

  4. richiede un approfondimento o un intervento specifico.

Le valutazioni complete raccomandate per ADHD e autismo nell’adulto includono l’esame delle condizioni fisiche e mentali concomitanti e delle possibili diagnosi alternative.


Che cos’è la diagnosi differenziale?

La diagnosi differenziale è il processo attraverso cui si confrontano le diverse spiegazioni cliniche possibili.

Non consiste semplicemente nel compilare un elenco di condizioni da escludere. Richiede di verificare, per ciascuna ipotesi:

  • quali elementi la sostengono;

  • quali elementi non sono coerenti;

  • quando sono comparse le caratteristiche;

  • come si manifestano nei diversi contesti;

  • se producono un impatto clinicamente significativo;

  • se un’altra condizione potrebbe spiegarle meglio;

  • se più condizioni possono coesistere.

Un esempio: difficoltà di concentrazione iniziate soltanto durante un episodio depressivo hanno un significato diverso da difficoltà presenti fin dall’infanzia, osservabili in numerosi contesti e persistenti anche nei periodi di buon equilibrio emotivo.

L’obiettivo non è trovare una spiegazione qualsiasi, ma individuare quella che descrive in modo più coerente l’intero quadro.


Che cosa succede se le informazioni non sono tutte concordanti?

È frequente che le informazioni raccolte non coincidano perfettamente.

Può accadere, per esempio, che:

  • una persona riferisca difficoltà intense ma ottenga risultati nella norma in alcuni test;

  • i familiari ricordino l’infanzia in modo diverso;

  • i questionari mostrino profili non completamente sovrapponibili;

  • il comportamento osservato durante gli incontri differisca da quello quotidiano;

  • una caratteristica emerga soltanto in determinati contesti.

Queste differenze non vengono semplicemente eliminate scegliendo il dato più comodo. Vengono analizzate.

Perché il funzionamento appare diverso a seconda dello strumento, della situazione o della fonte? Talvolta la discrepanza è essa stessa clinicamente informativa. Può mostrare l’effetto della struttura esterna, della compensazione, della motivazione, del sovraccarico, del contesto o della consapevolezza delle proprie difficoltà.


Il metodo serve soltanto a stabilire se ho oppure no una diagnosi?

No.

Una valutazione può essere clinicamente utile anche quando non conferma l’ipotesi iniziale.

Può permettere di:

  • identificare una spiegazione differente;

  • riconoscere condizioni associate;

  • descrivere punti di forza e difficoltà cognitive;

  • comprendere il ruolo del contesto;

  • rileggere esperienze precedenti con maggiore coerenza;

  • individuare gli approfondimenti ancora necessari;

  • orientare interventi, strategie o adattamenti più appropriati.

La conclusione “il quadro non è compatibile con ADHD o autismo” è utile soltanto se viene accompagnata da una risposta alla domanda successiva: Quali elementi spiegano allora le difficoltà osservate e quali passi è opportuno intraprendere?

L’obiettivo del metodo non è produrre necessariamente un’etichetta diagnostica. È arrivare alla spiegazione clinica più solida possibile sulla base delle informazioni disponibili.


Come vengono comunicate le conclusioni?

Le conclusioni vengono discusse durante una restituzione dedicata.

La restituzione serve a spiegare:

  • quali elementi sono emersi;

  • come sono stati interpretati;

  • quali ipotesi sono state considerate;

  • quali conclusioni sono sostenute dai dati;

  • quali aspetti restano incerti o richiedono approfondimenti;

  • quali passi successivi possono essere indicati.

Il linguaggio deve essere comprensibile senza perdere precisione.

La persona non dovrebbe uscire dalla valutazione con un semplice “sì” o “no”, né con una relazione difficile da interpretare autonomamente. Deve poter comprendere il proprio profilo, il significato delle conclusioni e il modo in cui queste si collegano alla sua storia e alla vita quotidiana.

Contatti

Hai ancora un dubbio?

Se hai letto le informazioni ma non sei sicuro di quale percorso sia più adatto al tuo caso, puoi prenotare una consulenza di orientamento oppure scrivi alla segreteria. Riceverai una risposta nel più breve tempo possibile.

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